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IL PARERE - Condò: "La Juve è la società locomotiva del calcio italiano, sul rapporto ADL-tifosi..."
19.06.2019 13:58 Fonte: soccermagazine.it

Quello di Paolo Condò è chiaramente uno dei volti più conosciuti del giornalismo sportivo italiano. Suo è il voto proveniente ogni anno dallo Stivale per l’elezione del Pallone d’oro. Professionista dal 1981, Condò ha militato per lungo tempo tra le fila della Gazzetta dello Sport prima di approdare su Sky, affermandosi come uno dei più apprezzati osservatori del pallone nostrano e non solo. Condò ha rilasciato quindi un’intervista in esclusiva a Soccermagazine affrontando vari temi legati all’attualità del calcio italiano.

 

Uno degli scossoni più recenti nel calcio italiano riguarda la Juventus, che oltre che allenatore sembra aver cambiato anche filosofia scegliendo Sarri. Il timore di molti addetti ai lavori è che il tecnico possa non rispettare il cosiddetto “stile Juve”. Lei come la vede?

 

La Juventus è la società “locomotiva” del calcio italiano e non sto nemmeno a spiegare perché, perché è evidente. Quindi il fatto che la società “locomotiva” del calcio italiano ha deciso di cambiare stile di gioco è positivo. Premesso che secondo me tutti gli stili di gioco hanno la loro dignità e quindi non faccio differenze tra uno e l’altro, secondo me la differenza è tra applicarli bene e applicarli male, non tra farne uno e farne un altro. Io ho il mio stile di gioco preferito, questa è una preferenza personale e ciascuno ha le sue preferenze. Io preferisco il tipo di calcio di Sarri, di Guardiola, di Klopp – anche se non è la stessa cosa -, piuttosto che il tipo di calcio della tradizione italianista.

 

Premesso questo, sono contento che la Juventus ha abbracciato questo tipo di calcio e lo trovo molto interessante. Perché quando era successo altre volte – il paragone per esempio va subito al Milan – e quando Berlusconi scelse Arrigo Sacchi in quel momento il Milan non lo era ancora, ma si apprestava a diventare in quell’epoca la società “locomotiva” del calcio italiano. E quindi il fatto che Sacchi ottenne i risultati che ottenne col Milan poi portò a un effetto “plagio” che a mio parere produsse il decennio di calcio italiano più bello – non soltanto per il Milan, ma anche per altre squadre -, che io ho visto. Quindi, in questo senso, io faccio parte di quelli che sono contenti che la Juventus ha scelto Sarri.

 

In questi anni, a Napoli, De Laurentiis è sempre rimasto inviso a buona parte della tifoseria, nonostante i risultati raggiunti alla fine siano stati eloquenti, tanto che molti altri club si stanno aggiudicando non solo intuizioni, ma anche proprio giocatori e allenatori passati in azzurro. Lei cosa direbbe a questi tifosi azzurri più diffidenti?

 

Quando si verificano queste situazioni, che non sono soltanto di Napoli, io suggerisco sempre a tutti di mettersi nelle scarpe dell’altro. Dato che per i risultati non solo non gli puoi dire niente, ma ti devi solo complimentare per i risultati che ha ottenuto il Napoli in questi anni, a De Laurentiis viene rimproverata una certa freddezza nella trattazione dell’argomento calcistico che però ha portato questi risultati, in realtà. Una cosa che si può dire ai tifosi non può che essere di ragionare sul fatto che la presenza di De Laurentiis e della sua scarsa passionalità abbia avuto un peso nell’ottenimento di questi risultati, dall’altra parte è anche abbastanza facile e scontato dire a De Laurentiis: “Concedi qualcosa alla tua piazza dal punto di vista della passionalità. Continua a gestire il club come hai fatto in questo periodo, ma concedi qualcosa, perché tante volte ai tifosi basta poco”.

 

La Nazionale di Mancini si sta distinguendo per essere molto democratica e meritocratica nelle convocazioni. Qualcuno invoca ancora qualche altro nome. Non solo Balotelli, perché c’è chi spera persino nei ritorni di Buffon e di De Rossi che lo stesso Mancini aveva dichiarato di aspettare. Secondo Lei c’è almeno un tassello mancante?

 

Tutti quanti diciamo che manca il grande centravanti. Secondo me in questa ultima fase di campionato abbiamo avuto la novità Kean – che per me è un giocatore di grandissimo futuro – e Belotti si è ripigliato, perché veniva da un anno e mezzo abbastanza deludente, invece nel girone di ritorno ho rivisto il Belotti che può essere molto utile. Calcolando che abbiamo delle mezze punte o degli attaccante esterni di grande qualità come Chiesa, come Bernardeschi, come Insigne, avere uno sfondatore al centro dell’area come Belotti può servire, mentre invece Kean mi sembra più il tipo di attaccante che cerca di risolvere le cose in proprio. Poi c’è stato il ripescaggio di Quagliarella quanto mai opportuno. Io per quanto riguarda i ripescaggi mi fermerei qui. Non ritengo più che per quello che hanno fatto, Buffon e De Rossi debbano continuare a giocare in Nazionale.

 

Sono due campioni del mondo, hanno lasciato un ricordo così indelebile nella loro carriera azzurra che secondo me non c’è nulla da aggiungere proprio, ma anzi la loro presenza potrebbe essere nociva per i giocatori giovani perché, insomma, ripescare Buffon per tenerlo in panchina non ha molto senso. Per me adesso deve giocare Donnarumma. Analogo discorso lo faccio per De Rossi con la presenza di Verratti e di Jorginho. Probabilmente possiamo ancora aggiungere qualcosa a livello di terzini. Spinazzola deve fare un campionato intero nella Juventus per guadagnare quella maglia da titolare che secondo me potrebbe essere sua adesso, e in prospettiva di Luca Pellegrini, che però deve ancora crescere. Però, in generale, mi sembra che stiamo andando verso un periodo molto dolce dal punto di vista dell’azzurro.

 

A proposito di Nazionale: l’Italia femminile sta conquistando lo Stivale proprio in queste settimane. In campionato, però, i dati parlano di pochi spettatori. Secondo Lei basterebbe pubblicizzare e trasmettere di più i tornei delle ragazze per migliorarne il movimento?

 

Proprio Sky, dove io lavoro, ha fatto un grosso sforzo quest’anno per lanciare il calcio femminile, quindi dal punto di vista della pubblicizzazione credo che siano stati fatti degli enormi passi avanti, non so cosa si possa fare di più. O meglio, lo so: come sempre succede, un grande risultato della Nazionale può oggettivamente aumentare a dismisura l’interesse. Io le partite della Nazionale le sto guardando e mi stanno piacendo.

 

Questa mattina mi sono scoperto – e questo per me è sempre una cartina al tornasole – di andare a vedere il tabellone del Mondiale femminile e a essere molto soddisfatto del fatto che la Francia, che mi sembra la squadra più forte, è dall’altra parte del tabellone, così come gli Stati Uniti, che sono la sua alternativa. Quindi questa mattina già fantasticavo sulla possibilità per l’Italia di andare in finale. Quello sarebbe un risultato talmente enorme, talmente importante che per me fungerebbe da elettroshock per il movimento del calcio femminile.

 

Per concludere: nemmeno il calcio è riuscito a sfuggire al fenomeno dei social, tanto che ogni calciatore o allenatore, anche poco importante, possiede un profilo ufficiale. Secondo Lei il modo di comunicare con i tifosi e con l’ambiente è cambiato in meglio o in peggio rispetto a quando, ad esempio, Lei ha iniziato la Sua carriera giornalistica?

 

È cambiato moltissimo. Quando si parla di cambiamenti portati dalla modernità ci vado sempre molto cauto a dire “meglio” o “peggio”. Perché se dico “peggio” la prima cosa che le persone soprattutto più giovani sono portate a pensare è: “Ecco, è invecchiato. E dice che si stava meglio quando si stava peggio”, che è proprio una cosa che io non ho mai sopportato. Io continuo a ritenere che la categoria dei giornalisti sia fondamentale per raccontare con professionalità, poi so benissimo che ci sono giornalisti e giornalisti. Però c’è una cosa che è profondamente cambiata e questa in peggio, molto in peggio.

 

Quando io ho iniziato a lavorare per la Gazzetta e naturalmente i primi tempi si seguivano di più, anche settimanalmente, gli allenamenti di Milan e Inter, quando arrivavo sia a Milanello sia ad Appiano Gentile ero libero di andare a vedere gli allenamenti delle squadre. Potevo vedere tutto l’allenamento. Anzi, tanti di noi si rompevano pure i cog**oni di andare a vedere gli allenamenti e qualcuno se ne restava magari in sala stampa a fare il figo con la prima bella giornalista che passava e che cominciava all’epoca, oppure a farsi i caz*i propri. Mentre io invece mi divertivo ad andare a vedere l’allenamento. E io ho imparato tantissimo da quella possibilità.

 

Per esempio, il calcio di Sacchi l’ho seguito in tutti i suoi 4 anni al Milan. Ecco, mi ricordo che ai primi tempi, quando andavo a vedere l’allenamento, lui schierava i 10 giocatori in campo, non c’era il pallone, ma lui aveva messo sui quattro lati del rettangolo quattro file di coni di diversi colori: verde, giallo, blu e rosso. Lui piazzava la sua squadra secondo il 4-4-2, urlava “Rosso!” e tutti i 10 giocatori si dovevano spostare in maniera coordinata verso il lato con i coni rossi, poi ovviamente lo faceva con gli altri colori. E mi ricordo anche i vecchi giornalisti che erano molto scettici nei confronti della rivoluzione di Sacchi che dicevano: “Ma che è ‘sta caz**ta? Ma si stanno allenando senza pallone!”.

 

Dopodiché andavo a vedere la partita la domenica, lo sviluppo del gioco della squadra avversaria portava magari verso destra con il centrale che passava al terzino che continuava a scendere e tu vedevi tutto il Milan, come un blocco unico, come aveva fatto in allenamento, che si spostava da quella parte chiudendo gli spazi, recuperando rapidamente il pallone e mettendo sempre col pressing in minoranza. Vedevi quella cosa e immediatamente dicevi: “Questo l’ho visto ieri in allenamento! Sta facendo esattamente la stessa cosa!”.

 

I giornalisti della mia generazione vedevano tutti gli allenamenti e quindi comprendevano il tipo di lavoro. Naturalmente, a furia di vedere tutti gli allenamenti, anche se eri proprio un baule, cominciavi a capire qualcosa di calcio. I giornalisti di oggi non possono vedere niente e questo è gravissimo.

 

So che l’ha già fatto, ma secondo me dovrebbe essere fatto ancora con maggiore forza da parte dell’USSI, da parte della stampa sportiva, di pretendere che almeno un allenamento alla settimana sia aperto alla stampa, per permettere a tutti i giovani giornalisti di avere l’opportunità che io avevo tutti i giorni della settimana di vedere come lavora una squadra. Dopodiché è chiaro che non mi apri gli allenamenti quando stai studiando gli schemi sui calci piazzati. Va benissimo, quelli devono essere segreti, perché devono sorprendere l’avversario, non si sa mai che non ci sia una spia… ma un allenamento tattico della squadra sarebbe preziosissimo.

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